martedì 1 ottobre 2013

L'ANTICO REGIME

L'antico regime 
Con l'espressione antico regime (dal francese ancien règime), si intende il tipo di società che caratterizzò l'Europa dal XIV al XIX secolo. In origine l'espressione indicava la società francese: "società intera" con le sue istituzioni, la sua economia e le sue tradizioni. Il termine fu coniato ai tempi della Rivoluzione francese con riferimento al sistema che intendeva abbattere, caratterizzato:


  • dall'autorità di un sovrano assoluto, alleato con la chiesa intollerante;
  • dai privilegi di una nascita, dall'oppressione dei sudditi, schiacciati dalle imposte e, se contadini, obbligati alle servitù personali.

La storiografia ha poi esteso questa definizione all'intera
Europa. La caratteristica fondamentale del regime demografico dell'Europa d'antico regime (regime demografico preindustriale) è la stabilità. La tendenza all'aumento della popolazione venne contenuta dal riprodursi ciclico di grandi catastrofi demografiche determinata dalle guerre, dalle carestie e dalle epidemie. La stabilità demografica fu determinata dalla pratica del matrimonio tardivo: le donne si sposavano tra i 20/25 anni, i maschi tra i 25/29 anni. Si riduceva così il periodo dell'unione feconda e quindi il numero delle nascite. La frequenza e la velocità di diffusione delle epidemie erano favorite dalle pessime condizioni igenico-sanitarie, dalla fame e dalle malattie. La vita media era breve: 34 anni per le donne e 28 per i maschi; ma altissima era soprattutto la mortalità infantile. Erano dunque assai rare le famiglie che avevano una vasta prole. Quando il numero dei neonati era eccessivo rispetto alla possibilità di sostenimento delle famiglie, i bambini venivano affidati a qualche benestante che aveva bisogno di manodopera; la società è quindi giovanile. 






Una società rurale
L'antico regime era una società rurale: l'85 % della popolazione viveva in campagna e l'agricoltura deteneva una centralità produttiva. Il vincolo era la disponibilità di terra: non vi furono molti miglioramenti nella produttività del lavoro, che restò molto bassa. Il modo per aumentare le risorse a disposizione della popolazione fu di ampliare la superficie coltivata. Per soddisfare le esigenze primarie di dieci persone era necessario il lavoro di sette o otto uomini. Ciò comportava una forte concentrazione della forza da lavoro nell'agricoltura, dove operava il 65/90 % della popolazione. La scarsa produttività del lavoro consentiva a una limitata quota della popolazione di vivere del lavoro altrui. 
Nella società d'antico regime la dimensione dell'industria era rappresentata dalle bottega artigiana o dal lavoro a domicilio: un mercante forniva la materia prima e poi ritirava i manufatti. Il peso del settore industriale era marginale: nel complesso di può affermare che le manifatture furono campo d'azione di artigiani e di mercanti. Queste imprese erano controllate o direttamente dagli stati o da finanzieri che spesso avevano acquistato le loro fortune nel commercio a grande distanza.
Come si è già detto l'85% della popolazione abitava in campagna, ciononostante l'Europa occidentale era l'area più urbanizzata del mondo. I villaggi di campagna erano esclusi dalle innovazioni economiche e sociali, 
e vengono definiti dagli studiosi con il termine "immobili". L'immobilità era causata soprattutto dall'isolamento in cui si svolgeva la vita dei villaggi rurali.
I mezzi di trasporto erano lenti e rendevano le enormi


distanze difficili da colmare. Le comunicazione commerciali erano dunque inadeguate e risultava poco conveniente vendere o acquistare merci da lontano dalla propria comunità. La loro economia era quindi basata sull'autoconsumo e il baratto.
Le città ospitavano una percentuale minima della popolazione. tuttavia, proprio al loro interno, si trovavano i centri di controllo di tutte le più importanti funzioni politiche, economiche, culturali e militari. Nei centri urbani maturarono, quindi, le innovazioni economiche e sociali che avrebbero segnato il passaggio all'età contemporanea. Nelle città restò comunque segnato il divario che separava il ricco dal povero, le disuguaglianze e i privilegi che costituivano l'essenza della società dell'antico regime. 

Le gerarchie sociali
Nell'antico regime leggi e diritti non erano uguali per tutti I diritti, infatti, non erano concepiti come proprio di ogni persona, ma come privilegi di nascita o elargiti dalle autorità. La società, dunque, non era divisa in classi (individui che condividono una medesima situazione economica), ma in ordini (detti anche ceti o stati, formati da individui che per nascita godono degli stessi diritti). In teoria la disuguaglianza fra gli ordini corrispondeva alle diverse funzioni sociali:


  • il clero (amministrava il culto divino);
  • la nobiltà (garantiva la difesa);
  • il Terzo stato (doveva lavorare per tutta la comunità);
La nobiltà deteneva il primato sociale. La sua potenza era fondata sul controllo della terra. Al nobile era vietato lavorare e commerciare: doveva vivere delle rendite fondiarie, senza curarsi del denaro. Ciò portò molti nobili alla rovina. I nobili caduti in miseria continuavano a godere dei privilegi, ma il potere era di fatto nelle mani dell'elitè  che disponeva di grandi ricchezze. Ciò valeva anche per il clero, tutt'altro che ricco.
La borghesia doveva la sua fortuna agli affari e alle professioni liberali. I suoi ideali erano legati allo spirito di profitto: imprenditorialità, dedizione professionale e attenzione nella gestione del patrimonio. Dall'XI secolo si realizzò l'ascesa di questa classe sociale, in virtù della sua crescente ricchezza. Ma il primato sociale rimase alla nobiltà, tanto che i borghesi cercavano di accedere all'ordine nobiliare acquistando titoli e feudi.

Lo stato 
Nei secolo XII-XV il potere del sovrano non era illimitato. Esisteva un ideale contratto tra gli ordini e il re: i primi accettavano di sottomettersi all'autorità regia e questa si faceva garante dei loro privilegi, e ne garantiva il rispetto. Il re non poteva governare senza il consenso dei sudditi. Dopo la guerra dei trent'anni (1618-1648) si affermò invece la
monarchia assoluta, tipica dell'antico regime. Il sovrano rifiutò il semplice ruolo di garante dei diritti dei ceti e pretese di non essere più subordinato alla legge, ma di crearla lui stesso. I sudditi, a fronte di ciò, non avevano alcun diritto ma solo doveri. L'assolutismo di antico regime non poté realizzarsi concretamente come un potere totale: mancavano le tecnologie che avrebbero garantito al sovrano un efficace e completo controllo sul territorio e sulla società. L'assolutismo fu quindi più un progetto teorico che non un fatto reale. Va ricordato inoltre che la tradizione era un valore imprescindibile, e che si preferiva dunque far convivere il nuovo con il vecchio piuttosto che abolire definitivamente, un mosaico di entità diverse, in cui il potere centrale risultava inefficiente e privo di effettivo controllo. 
Ai tempi delle Riforma protestante e delle guerre di religione le Chiese si erano appoggiate al potere temporale per tutelare la propria autorità. Contemporaneamente il sovrano aveva assunto il controllo delle gerarchie ecclesiastiche, ritenute uno strumento indispensabile di governo. Il re (sia cattolico che protestante) si presentava come protettore della vera fede, e il popolo riteneva il suo potere di origine divina.
L'identificazione Chiesa-Stato costituiva la radice dell'intolleranza. Per di più, si pensava che la libertà di fede avrebbe portato all'ingovernabilità, in quanto un suddito di diverso credo avrebbe rifiutato l'autorità regia.
Lo stato era considerato un patrimonio della dinastia regnante. Quindi lo stato era concepito come di proprietà del sovrano. Il sovrano non aveva il possesso di tutte le terre del regno, ma era padrone di agire come voleva su di esse. Alla morte del sovrano, lo stato passava in eredità ai suoi figli.
 



DUE EUROPE TRA SEICENTO E SETTECENTO 

Le rivoluzioni inglesi 
I sovrani della dinastia Stuart che ressero l'Inghilterra del 1603 al 1688 tentarono più volte di imporre al paese una monarchia assoluta. Questo tentativo incontrò una forte resistenza nella società che avanzò rivendicazioni religiose, giuridiche ed economiche. Per quanto riguarda la religione, cresceva un vasto dissenso nei confronti della Chiesa anglicana il cui capo era il re, guidata dal clero spesso corrotto. Molti fedeli aderirono al movimento puritano che era caratterizzata da un'osservanza della dottrina calvinista e dalla rivendicazione di un'organizzazione ecclesiastica. La comunità aveva il diritto di eleggere i propri pastori. Questa rivendicazione aveva un valore rivoluzionario: pretendere la libertà religiosa significava affermare che vi è un'ambito (coscienza) su cui lo Stato non può esercitare la propria sovranità. Significa quindi, pensare ad una monarchia dotata di un potere non assoluto ma limitato.
Le rivendicazioni religiose saldarono con quelle politico-giuridiche avanzate dal Parlamento. Il tentativo del sovrano Carlo I di imporre l'assolutismo indusse il Parlamento a difendere i propri diritti. Nel 1628 l'assemblea presentò la Petizione dei diritti con cui chiedeva al re di rispettare le tradizionali prerogative sancite dagli statuti medievali e in particolare della Magna Charta del 1215. La petizione difendeva il principio della libertà personale e l'obbligo di sottoporre ogni imposizione fiscale all'approvazione delle camere Si era creato, quindi, un conflitto di interessi del Parlamento, condivisi dalla maggior parte della nazione, e quelli del sovrano, difesi dall'antica aristocrazia. Anche sul piano dell'economia cresceva la distanza tra corona e paese: i ceti produttivi tolleravano sempre meno l'intromissione della monarchia nella vita economica. Quest'ultimi traevano grandi profitti dal commercio e dall'espansione coloniale. La monarchia doveva appoggiare i lor interessi con approdiate scelte in politica estera e con adeguati provvedimenti. Non chiedevano solo che la corona si ritirasse dall'economia: attraverso il Parlamento volevano aver voce in capitolo nella definizione della politica del paese. L'esigenza della società inglese consisteva nel partecipare alla gestione dello Stato: in questo senso la battaglia per l'affermazione del potere parlamentate contro l'assolutismo regio e quella del puritanesimo con l'anglicanesimo costituivano due aspetti dello stesso scontro.     
Le rivendicazioni del Parlamento non furono accolte da Carlo I: egli non intendeva rinunciare al potere assoluto. L'Inghilterra precipitò in una guerra civile (1642-49). Il parlamento contava sull'appoggio delle masse popolari, facendo leva sul malcontento religioso. .Con il re si schierarono le gerarchie della Chiesa anglicana e quella parte di nobiltà spaventata dalla radicalità delle rivendicazioni avanzate.
Le armi diedero la vittoria all'esercito del Parlamento guidato da Oliver Cromwell (1599-1658); il New Model Army (esercito nuovo modello), sorto dalle direttive di Cromwell dimostrò le sue capacità strategiche, intellettuali e politiche. 
Fu proclamata la repubblica: il monarca fu processato e condannato a morte la cui sentenza fu il 30 gennaio 1649 in 
cui cadde inoltre la pretesa della corona di essere al di là della legge. L'abolizione della monarchia non risolse però il fatto che il Parlamento non riusciva a governare perché era diviso in troppe fazioni.
All'interno dell'esercito e nei paesi si diffusero tendenze radicali, ad esempio:

  • Levellers (livellatori) che richiedevano il suffragio universale;
  • Diggers (zappatori) che richiedevano l'abolizione della proprietà privata. 

Per preservare il paese dall'anarchia, Cromwell e i capi dell'esercito elaborarono un documento nel quale si proponeva di affidare lo Stato ad un Lord protettore, Cromwell stesso. Ma 2 anni dopo la morte di Cromwell fu restaurata la monarchia (1660). 

La maggioranza del Parlamento acconsentì alla restaurazione della monarchia con Carlo II (1660-1685) per garantire all'Inghilterra una pace duratura. Quando però il Parlamento si accorse che il sovrano aveva intenzione di tornare ad un ordinamento assolutistico, si rinnovarono gli antichi contrasti. Lo scontro tra Parlamento e monarchia iniziò nel 1685 con la morte di Carlo II, e passò al trono al suo posto il fratello Giacomo II cresciuto in Francia ed educato al cattolicesimo. Egli ebbe un erede maschio. Nella volontà di difendere il protestantesimo e la libertà del paese, il Parlamento decise di offrire la corona a Guglielmo d'Orange, sposo di Maria Stuart, figlia protestante di Giacomo II. Il Parlamento per giungere a questa conclusione si raccolse in due schieramenti: 

  • i Whigs, filoparlamentari;
  • i Tories, difensori delle prerogative regie:
    - Camera dei Lords,
    - Chiesa anglicana.  
La formazione dei partiti era una novità assoluta nella politica europea.
Nel 1688 il Parlamento cacciò Giacomo II con un colpo di Stato incruento (chiamata quindi Gloriosa Rivoluzione).
A Guglielmo d'Orange venne imposta la Dichiarazione dei diritti: così la monarchia costituzionale soppiantò l'assolutismo. Si affermava l'idea del contrattualismo del filosofo John Locke (per approfondimenti http://www.filosofico.net/locke.html), secondo il quale la legittimità del potere deriva da un accordo tra Parlamento (sudditi) e Corona, che prevede  il riconoscimento reciproco di diritti e doveri, la libertà politica e religiosa e la certezza del diritto:

  • con la monarchia costituzionale i poteri del sovrano sono limitati da un patto. La monarchia cessa di essere un'istituzione al di sopra dello Stato e diventa un organo dello Stato;
  • la monarchia parlamentare è l'evoluzione della monarchia costituzionale. Il governo è responsabile dei confronti del Parlamento non più del sovrano. 
Sulla base si questi principi venne approvato nel 1689 l'Atto di tolleranza che, pur escludendo i cattolici, poneva fine alle persecuzioni religiose. Nel 1701 venne infine emanato l'Act of Settlement, che garantiva l'indipendenza dei giudici e impediva una successione cattolica al trono inglese. 
Guglielmo III morì nel 1702 e la corona passò ad Anna, figlia di Giacomo II e ultima Stuart. Nel 1707 venne creato il Regno Unito di Gran Bretagna. Quando poi morì nel 1714 non lasciò eredi diretti quindi la corona passò a Giorgio I. 

La Francia del re Sole
Fino al 1661 la Francia fu retta dall'abile cardinale Mazarino. Alla morte di quest'ultimo, Luigi XIV non nominò un primo ministro ma volle tenere il potere nelle proprie mani. Credeva all'origine divina del potere monarchico e scelse per sé l'emblema del Sole, simbolo di potenza e centralità.Costruì uno Stato assoluto, identificando nella sua persona, che in seguito fu preso a modello dagli altri sovrani europei. Alla sua morte, nel 1715, il popolo festeggiò la fine del suo lungo ed oppressivo regno.
La monarchia assoluta accentra tutto il potere nelle mani del sovrano, che a suo arbitrio controlla organi e funzionari e convoca le assemblee rappresentative. Il re è vincolato solo dal rispetto dell'ortodossia religiosa e delle norme di successione al trono.


Luigi XIV si proponeva obbiettivi politici:

  • rafforzare lo Stato eliminando le resistenze sociali,
  • rafforzare il proprio potere personale assumendo il controllo di tutta la macchina statale.  


Per raggiungere il proprio obiettivo era necessario limitare il potere dell'aristocrazia, dei Parlamenti e della Chiesa. Quindi reintrodusse gli intendenti, cioè i funzionari pubblici direttamente dipendenti della corona, e ne ampliò i poteri e le competenze.
Luigi XIV prese nuove misure anche verso i Parlamenti abolendo il diritto di rimostranza, cioè la facoltà di opporsi alle decisioni del re. L'opera di subornazione della grande nobiltà costituì il successo più evidente del re Sole. Il re Sole istituì un'efficace sistema di consigli, con competenze delimitate, che facevano capo a un Consiglio supremo di Stato costituito dal re e da tre ministri:

  • Affari segreti,
  • Interni,
  • Finanze. 
La nobiltà fu esclusa da questi ruoli. Il re riuscì così a realizzare uno Stato centralizzato e assoluto.
La politica fiscale e quella economica furono affidate a Jean-Baptiste Colbert, il quale: 
  • risanò il sistema fiscale e amministrativo, caratterizzato da abusi e inefficienza. Le entrate della corona aumentarono;
  • applicò la politica mercantilista, che prevede l'intervento statale a tutela della produzione interna con incentivi alle esportazioni e per limitare le importazioni.  
Luigi XIV riformò l'esercito ed eresse fortificazioni lungo le frontiere. Puntava all'egemonia in Europa: durante il suo regno la Francia fu quasi costantemente in guerra. 
Con la politica culturale cercò il controllo delle coscienze.
Il dissenso fu represso con la censura, e la cultura ufficiale produsse grandi opere celebrative della sua figura. 
Il re concepì la religione come uno strumento di governo: cercò di controllare il clero francese (gallicanesimo), scontrandosi con il papato. Inoltre combatté il dissenso religioso, perseguitando giansenisti e ugonotti, che rivendicavano la libertà di coscienza. 
L'1 settembre 1715, Luigi XIV, da tempo malato, morì. Per la Francia e il suo popolo fu come una liberazione. Ovunque si festeggiava la fine di un regno troppo lungo e troppo oppressivo. 

L'assolutismo in Russia e Prussia
La Russia era rimasta  isolata dai grandi cambiamenti sociali e culturali dell'Europa occidentale. 
Lo zar Pietro I il Grande, al potere dal 1689, cercò di occidentalizzarla: voleva edificare uno Stato assoluto, sottomettendo la nobiltà e tutte le istituzioni che, come la Chiesa ortodossa, si opponevano alle riforme. Pietro riuscì ad avviare la modernizzazione della Russia che restò tuttavia un paese economicamente e socialmente arretrato.
La Prussia, un regno affermatosi nel corso del Seicento, era frammentata e arretrata. Federico Guglielmo I (1713-1740) la rinnovò, portandola tra le grandi potenze europee. Alla fine del suo regno, la Prussia poteva disporre di un'esercito guidato da un corpo di ufficiali preparati e fedeli. Alla sua morte, lasciò al figlio Federico II (1740-1786) uno Stato pronto a espandersi e a inserirsi  a pieno titolo nelle contese delle grandi potenze europee. 

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